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AMORI E TUMORI :: - loro erano amici miei -


AMORI E TUMORI
prosa [ ]
- loro erano amici miei -

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di Jacqueline Cristina MIù [jacquelinemiu]

2007-05-03  |     | 



Loro erano già perdenti, da molto prima di conoscersi. Ma quale amore? Quale pantomima passionale?
Il sesso li univa forte e basta.
Litigavano come le bestie per gli spicci, per quale spesa fare, per un paio di pantaloni che lei provò a fargli a Natale e che lui lanciò dalla finestra, lasciandoli alle serpi da vestire sebbene troppo larghi.
Prima di vivere insieme avevano qualcun altro in casa. Erano infedeli, stanchi, artisti. Il destino accettò a farli incontrare, nonostante il fatto che dall’infanzia erano vicini, ma di casa. Si fissarono a lungo per molti anni. Poi, un giorno di un autunno sfiancato dal grigiore, col pretesto di bere un caffé, fecero l’amore. Erano affamati, innamorati, maledetti.
Rubavano il tempo, al modo di un bambino che avrebbe rubato le caramelle dalla ciotola della nonna. Lo facevano, per dichiararsi sul letto disfatto di uno sciatto albergo, versi di Nichita Stanescu, per cantare canzoni da un logoro quaderno del liceo, per fuggire nei parchi sotto la pioggia, per sbranarsi sotto la neve, gli occhi.
Lui era infedele a tutte, lei immatura e meno fiduciosa di quello gli dava a bere. La povertà non donava ai loro cuori l’aura del cielo rosa, quella che si sarebbe potuto vedere di solito intorno agli innamorati. Loro erano tetri. Ciò che la passione solleva di solito è una fiamma alta, la loro fiamma bruciava dal pavimento verso l’inferno mettendo in imbarazzo lo stesso diavolo.
Si scrissero parecchio negli anni, centinaia di lettere come pozioni magiche che alimentavano le loro stufe d’inverno.
Lui le chiedeva soldi. Lei gli li mandava. Lui comandava vestiti. Lei li procurava. Lui le sosteneva che l’amava. Lei soltanto ascoltava.
Vennero tempi migliori ed i due decisero di provare a vivere insieme. Abbandonarono i nidi solidi per afferrare la nuvola d’oro sulla loro testa.
Divennero amanti, complici, poeti. La loro casa era una giostra, dove regnava l’umore mutevole dell’uomo. Lei cedeva ai ricatti, mentre lui la sfruttava. Si amavano inclini alla menzogna. Qualcosa li legava, ma non era abbastanza forte da unirli in ricchezza ed in povertà, in salute ed in malattia, per sempre. Divennero genitori. Lui l’abbandonò spaccandole il viso con un pugno. Si usava, poiché era un uomo ed a lui era permesso tutto. Lei se lo pianse per un po’, coricata su un fianco, col grembo pieno e dolorante.
Lui arrivò a farsi vedere sotto casa con un’altra, incinta, vestita bene, compiaciuta.
L’umiliazione non era forte, quanto la menzogna ingoiata. In fondo per chi ha toccato l’inferno e non è morto, non resta che la salita. Lei si fece coraggio. Era sola, abbandonata, ma più di tutto, era delusa.
Due figlie quasi identiche, vennero al mondo. Lui, lei e l’altra non si videro per un bel po’ di tempo.
L’altra però se l’era sposata, il porco. Lei invece, era partita per un paese lontano a ricominciare da capo, con il suo piccolo ancora non nato e la scuola da finire.
Molti anni dopo, lei tornò a casa. Loro vivevano sempre lì, sempre poveri, sempre fragili. Lei aveva terminato gli studi, si era sposata, era un medico, ora.
Si videro per un istante. Lui era rimasto uguale, ma lei era cambiata, fuori. Dentro ad entrambi una fiammella piccolina ardeva, di rimpianto, di nostalgia, di scuse, di tutte quelle cose che si sarebbero volute dire ma che sarebbero rimaste sepolte nel silenzio…. Lei lo guardò e sorrise da lontano, per un attimo, prima di entrare in casa. Lui immaginò una stella che gli era caduta addosso e adesso, pensando, gli bruciava nel cuore.

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