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Teoremi del boudoir
prosa [ ]

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di [jacquelinemiu ]

2009-07-22  |     | 



Teleria varia cucita con estrema cura ai bordi dorati d’ogni divano. Fruste di seta legate intorno a riloghe imponenti per mimetizzare deboli tende che soffocano le imponenti finestre. Davanti alla porta, diamanti come gocce pendenti dove ammirare giochi di luce colorati, lampadari come angeli sinuosi sospesi dal soffitto. Mensole, comodini, persino un camino di marmo nero con due draghi che ergono le colonne ai due lati opposti. Pezzi di ossidiana con forme piramidali su tavolini di legno scolpiti con motivi barocchi. Quarzi strappati alle viscere di terra, per leggere il futuro nei momenti di relax, riposano su cubi di velluto nero. Nemmeno un velo di polvere, nonostante le stoffe siano pesantemente cariche di ricami e la stanza sia una sorta di museo che si merita il titolo di decadenza anche con una medaglia. Confusione di colori stridenti, un azzardo di astrattismo che mette quasi a disagio colui che vuole operare una vera stima di quel ammasso lasciato al degustibus soggettivo. I timidi si leggono dagli occhi, frenetici che cercano di fissare tutti gli oggetti inanimat sparpagliati per la sala. Stanno nascosti abbracciando, stringendo quasi con forza un cuscino piegato, e cercando un’intimità col posto, seduto com’è al limite del divano. Gli altri, gli audaci, conversano.
Le maniere sono delicate, ogni tanto tirano una boccata di fumo dal sigaro che dona loro un tono da veri signori. Trattano la musa alla quale rapiscono gli occhi, per divorarli di voglie nascoste, come fragile bambola di porcellana. Sono tre, la più giovane porta i capelli sciolti vicino al viso e la camicia discinta a tal punto da lasciare intravedere il seno, se solo alzasse la mano per sorseggiare il suo bicchiere di vino rosso, dal tono ambrato e con certo bouquet nel retrogusto che lo rende pregiato anche ai palati più sofistici.
Fuori il bombista aspetta, è nella sua natura aspettare il cliente che per esaudire quel certo piccolo capriccio, lo pagherà profumatamente. Il cielo è coperto da nuvole che galoppano riscattando ogni tonalità di grigio, quel certo colore che sembra minaccioso se visto dal basso verso l’alto. La casa da fuori, nulla di particolare ma il viale alberato, quello si che potrebbe attirare l’attenzione, se solo qualcuno fermasse i suoi passi per vederne in profondità, la grandezza.
Dentro la casa, c’è una certa atmosfera, calda, sensuale, invitante. Un forte odore di incenso indiano, collocato in mezzo ai quarzi in certe piccole statuette a forma d’anatra, attaccano le radici del naso. L’odore è intenso, quasi acre ma gli ospiti sembrano non accorgersene, loro hanno altro a cui pensare.
Le tre dame si alzano. Il timido seduto sul divano cerca di guardare da sotto gli occhiali, appoggiati sul naso giusto per darsi un tono anche se il mento fresco di barbiere, mostra la sua vera età che sicuramente non supera la ventina nemmeno con quel abbigliamento sofisticato che gli appesantisco l’aspetto.
La più giovane prende il braccio dell’uomo col sigaro che abbozza un sorriso, non prima d’aver insinuato una mano cicciotta e sudaticcia, sotto la camicetta di lei, per nulla turbata dell'azzardo di quest'ultimo. Una delle due rimaste ancora in piedi e senza cavaliere, invita un secondo ospite a ballare, e la conversazione tra i due diventa una sorta di strusciamento corporale e palpeggi, che il timido, dall'altra parte della stanza, continua ad osservare calmo. Appena le due coppie formate spariscono al piano di sopra. La terza donna, la più maliarda si avvicina al ragazzo.
“E tu perché non balli?”
Il ragazzo la guarda ma non risponde.
“Ti vergogni forse?”
“Posso avere un caffè”
“Come ti chiami?”
“In questo posto ha davvero importanza? Puoi chiamarmi come più ti piace.”
“Va bene, ti chiamerò Michele, sai io adoro l’arcangelo Michele perché è un combattivo e gli uomini combattivi mi fanno un certo effetto.”
“Vada per Michele, posso avere il mio caffè per favore.”
“Certo agnellino ma poi noi due andiamo di sopra a chiacchierare, sai qui potrebbe non essere consono dirsi certe cose.”
“Vedo, vedo Signora che qui la gente non può che sentirsi a proprio agio.”
La spallina della dama cadde e le sue forme uscirono allo scoperto abbastanza da lasciare a bocca aperta il giovanotto. La donna sorrise, contenta di aver sortito l’effetto voluto. Con intenzione aprì la gonna esibendo il sesso come un domatore mostra alla platea il suo leone, e poi si passò la lingua sulle labbra macchiate da un improbabile colore di rossetto.
“Finito il caffè?”
“Forse.”
“Dai che il tempo vola e per certe cose ci vuole del tempo, io sono una che quando fa una cosa, la vuol fare bene.”
“Capisco.”
Lui la guardo dritto nelle pupille con una certa pena, in fondo non era da buttare via anche se, faceva il mestiere più vecchio del mondo.”
“Vieni tesoro, non sono mica il lupo.”, gli prese la mano che sembrava di ghiaccio.
“Ma i lupi mia dolce Signora esistono e molte volte prendono le sembianze dei più deboli.”
“Si, hai ragione tu, ma andiamo.”
“Insiste?”
La donna ppoggia una gamba sul bracciolo del divano ed adesso il nudo del suo corpo è più evidente di prima.
“Si, insisto.”, disse lei mostrando i denti molto curati.
“Allora andiamo.”, ed il giovanotto la trascinò verso la porta.
“Dove? Andiamo dove?”
Lui aprì la porta col solito flemma con cui aveva passato la serata. Dall’altra parte altri quattro uomini, stavolta in divisa aspettavano.
Lei lo guadò dispiaciuta.
"Gendarmi?"
Le gonne della lunga veste si mescolarono al fango.
“Ha ragione sa, i lupi molte volte prendono le forme più fragili.”, e si chiuse sul petto la camicia, fuori era Ottobre ma l'aria a contatto col viso sembrava già invernale.

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