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Dottor Lukasz e gentile signora
prosa [ ]

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di [gNOMMIO ]

2008-11-10  |     | 



Dottor Lukacz e gentile signora

Il cerusico aveva il suo ambulatorio sul Corso, poco più in là rispetto al vecchio Ente Comunale ma sul lato opposto (numeri pari a sinistra, numeri impari sul lato opposto).
Si chiamava Lukacz, era ungherese, il nome era Gyorgy o Grigory, se non mi sbaglio con un sociologo.
L'ambulatorio era in cima a una rampa, oltre il primo piano, come si arrivava nell'anticamera c'era una signora (forse la moglie) anch'essa mitteleuropea che invitava, molto seria e un po' minatoria, a sistemarsi sulla poltrona e aspettare in silenzio, “professor Lukacz ora impegnato”, trattava tutti, bambini e maggiorenni, come “'sti italiani cazzoni che si pensano che ogni posto è casa loro e possono fare il casino che vogliono”, cominciava così subito a far sentire la gente in soggezione e scongiurare il pericolo.
Sistemati nella sala su poltroncine in vimini intrecciato e tavolino uguale, pareti bianche e un tavolinetto con le riviste sopra, si aspettava per lungo tempo, le riviste erano esclusivamente professionali, con primi piani: carie, estrazioni, operazioni, attrezzatura terapeutica, protesi e così via, poco interessanti invero, se non inquietanti, perfino, perlomeno per i bimbi che già frequentavano senz'altro poco volentieri quel posto.
La tensione saliva al livello allarme ogni volta che l'assistente compariva: “prego, venga”, un sospiro se la sorte toccava qualcun altro.
Poi, inesorabilmente, mi colpì. “Cosa ha qvesto bimbo?” “Così e cosà...” “Ummh, bene...”. Bene una sega.
Il luminare si mise a risistemare trapani, pinze, tenaglie e altri attrezzi utili alla tortura.
Io scrutavo l'operazione posteriormente, assiso sul seggiolone assegnato alle vittime, parzialmente coperta la visuale con le spalle vestite col bianco camice non riuscivo, neanche proteso, a interpretare la azioni compiute.
Ciò mi inquietava molto: “Chissà cosa combina Mengele? Cosa mi vuole fare?”
Se per un verso il suo intrattenersi in esasperati preparativi mi pareva procrastinare il tormento, viceversa sapevo tale momento sempre più prossimo, un vero supplizio. Gesù, che ferocia perversa!
Poi, a un tratto, le mie gambe, autonomamente, cominciano a correre, giù, un salto oltre il seggiolone, traverso l'anticamera come un fulmine e poi le scale.
Sono mosso come marionetta per volontà altra, prova ne è che corro giù a precipizio, insensibile sia all'equilibrio come all'attrazione gravitazionale e non casco, afferro con una mano la balaustra e ruoto tipo pattinatore nelle curve sul pianerottolo.
E ancora, ipercinetico, sgommo sul selciato, sui sampietrini, faccio una curva ampia perché la velocità si ammortizzi
Poi, finalmente, mi seggo stanco e inzuppato, per la traspirazione in eccesso, sulla panchina presso la statua a Ettore Socci, sto lì e aspetto.
Mi raggiunge la mamma, per un attimo penso che sia intenzionata a farmi percorrere a ritroso la volata già rappresentata.
Invece no, per fortuna, fa: ”Hai avuto paura, eh? Certo che esagera con l'essere meticoloso, anche lui...-. “Eh sì.” Penso io.
“Via, che bisogna fare la spesa, però ci toccherà tornare...”
“Ma io non ci torno...” “Allora troveremo un altro...”
Un altro, insomma, un po' meglio, sì, via, meglio un altro.

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